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 LE NOSTRE LEGGENDE!! 
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Messaggio LE NOSTRE LEGGENDE!!
Inizia con questo post uno spazio dedicato alle leggende delle ns zone, si comincia con la leggenda sul tesoro si Cunardo....

Si ringrazia il signor Fernando Cova!

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Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore…ciò che vuoi…. una vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Canta, ridi, balla, ama….e vivi intensamente ogni momento della tua vita…. Prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi. (Charlie Chaplin)


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sab dic 06, 2008 1:14 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
IL TESORO INTROVABILE

Sulla cima più alta dei monti che circondano Cunardo, esisteva una volta un imponente castello, i cui ruderi sono tuttora visibili. Quel castello grande com'era doveva essere quasi una fortezza vasta e spaziosa da poter contenere molti armati.

Già da tempo il castello non era più proprietà di un nobile castellano, conte o barone che fosse, né vi risiedeva una qualche bionda e gentile castellana che attendesse gli
ospiti e li rallegrasse della sua presenza.

I1 castello così abbandonato divenne la dimora di briganti dei quali nessuno sapeva precisamente l'origine, da dove provenissero, né tanto meno come avessero fatto ad impadronirsene, facendo del castello un covo di rapinatori senza scrupoli.
Quando costoro scendevano a valle riempivano di terrore i valligiani, che scappavano a rinchiudersi nelle loro case cercando di sprangare più forte che potevano porte e finestre.
Così rinchiusa la gente rendeva più facile ai briganti razziare nei campi e nei cortili. Va da sé che si appropriavano di quanto capitava loro sottomano, raccogliendo a poco a poco un tesoro che col passare degli anni si fece sempre più grande, fino a non poter più essere calcolato.
Un fatto singolare per gentaccia del genere: non usavano quasi mai fare violenza alle donne.
I valligiani, pur temendo enormemente le razzie di questi briganti, in fondo in fondo gradivano assai questo strano aspetto dei seppur loschi aggressori, ma non tutte le donne erano dello stesso avviso.
Qualcuna di esse sognava di essere rapita, perciò attendeva la calata dei barbari, lieta che fosse spogliata dai pochi gioielli e di servire loro per il trastullo erotico di qualche
ora; cosa che in fondo non commuoveva troppo quei briganti di un genere tutto speciale e non certo molto teneri e galanti nel confronto di certe donne.
Durava già da parecchio tempo una tale situazione, quando un giorno arrivarono nella valle degli armati guidati da Ambrogio, quello stesso che poi fu arcivescovo di Milano.
Egli era preceduto dalla fama di una grande bontà e di tradizionale comprensione verso i deboli e i peccatori.
Scopo di Ambrogio e dei suoi soldati era quello di liberare quei luoghi e quella gente dalle vessazioni a cui erano sottoposte, e naturalmente salvare insieme le anime di quella banda di gentaccia.
Ora fra questi si trovavano molti ariani seguaci di quel grande eresiarca Ario di Alessandria d'Egitto che a suo tempo diede tanto filo da torcere alla chiesa orientale.
Quello scisma durò cinque secoli, nel corso dei quali conquistò alcuni paesi barbari; molti aderenti ad esso, capitarono fra noi frammischiati alle bande di dispersi o di disertori dei vari eserciti che allora scorrazzavano per l'Italia.
Tanti di quella ciurmaglia senza legge né fede che si era impossessata del castello sopra Cunardo, apparteneva appunto allo scisma ariano. I guerrieri milanesi, ritenutisi novelli crociati, guidati dall'arcivescovo in persona, faticarono non poco a snidare quegli eretici, ma finalmente vi riuscirono.
A quei tempi i guerrieri, a qualunque religione o setta appartenessero, non erano mai molto teneri coi vinti e diventavano facilmente dei sanguinari uccisori, confortati spesso dall'esempio dei loro capi che non sempre sapevano mantenersi tolleranti e magnanimi. La storia ha molti esempi di grandi uomini e di santi stessi che si lasciarono trasportare dalle loro passioni e dai desideri di vendetta perdendo completamente il senso morale. Così anche Ambrogio non seppe o non volle fermare i suoi uomini che sterminarono specialmente gli ariani.
Ora nella Valcuvia la storia degli ariani e della loro mi sera fine è quasi del tutto dimenticata. Se si pensa qualche volta a loro è per la persuasione, che dura ancora, che gli ariani e i loro compagni avrebbero nascosto un immenso tesoro celato così bene che ancora oggi, dopo parecchi secoli di ricerche, non è stato trovato.
Non lo trovarono i mercenari di Ambrogio i quali, dopo l'eliminazione dei briganti ariani e non ariani, si dettero disperatamente a cercarlo con tutti i mezzi a loro disposizione. Essi rovistarono in ogni stanza del castello senza trovare nulla.
Provarono nei più reconditi e segreti recessi e da ultimo, presi dal sacro fuoco dell'oro, smantellarono persino i muri del maniero. Ma il tesoro rimase introvabile. Cercarono ancora per alcune settimane tutt'intorno e quando furono persuasi della inanità dei loro sforzi, i soldati di Ambrogio, mogi mogi, si ritirarono definitivamente da quei luoghi.
Fu così che negli anni seguenti molta gente si sparse per la valle e sulle erte dei monti, cercando con accanimento, frugando e scavando ogni più riposto angolo, ma del tesoro neppure l'ombra.
Nacquero allora le più ardite supposizioni, le più inverosimili fantasie. Alcuni pensarono che il tesoro di quegli eretici fosse stato lasciato in custodia al Diavolo che cercava furbescamente di tenere lontani il più possibile i cercatori dal luogo dove il tesoro era nascosto.
Si narra che un giorno alcune donne, smessa la ricerca nel vicino bosco, si inginocchiarono per recitare l'Angelus del mezzogiorno, e proprio in quell'istante entro una raggiera di luce comparve un angelo e mostrò loro alcune gioie che sfavillavano più della raggiera stessa, mentre pareva indicare un punto verso il quale si avviò. Appena le donne, in preda alla più viva agitazione, si alzarono per seguirlo, l'angelo e la luce sparirono e tutto tornò come prima. Altri raccontano di aver visto in lontananza dei guerrieri armati di tutto punto dirigersi verso le rovine del castello e sparire non appena si videro scoperti.

Un numero rilevante di altri segni ed apparizioni fantastiche vennero annunciate, ma il tesoro rimase introvabile. Questo faceva sl che le popolazioni fossero spesso in agitazione. A calmare almeno in parte queste apprensioni, qualcuno suggerì di usare le pietre del castello distrutto per fabbricare a Cunardo una bella chiesa.
La cosa ebbe il suo benefico effetto, perché se il tesoro non fu mai trovato, una certa calma scese nell'animo degli abitanti che smisero di affannarsi a ricercare. Ma il tesoro resta sempre nella mente di qualcuno, il quale spera un giorno o l'altro di venirne in possesso.
Come si sa, la speranza è sempre l'ultimo miraggio dell'uomo.

Rinaldo Corti, Sentimento e Fantasia ( Leggende del Varesotto, Collana scrittori Varesini e Prealpini, Varese, 1974



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sab dic 06, 2008 1:15 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
Questa storia si perde nella notte dei tempi, ci si può credere oppure no ma come ogni leggenda che si rispetti, c'è sempre un fondo di verità.
Il Sig.Comunardo Vigezzi viveva in una misera casupola in un territorio senza nome che si estendeva più o meno dove oggi è sita Cunardo.
Era un gran lavoratore ma un po' tardo di comprendonio e per questo, quando la sera si recava alla taverna per scambiare 4 chiacchere con i conoscenti e a bere un bicchiere di vino, veniva sistematicamente preso in giro.
Povero Nardo, così era conosciuto nel luogo, ogni volta che apriva bocca, lo mandavano a quel paese.
"Va a dar via ul kù, Nardo, ma và a dar via ul kù Nardo.......
E fu così che anche quel luogo senza nome, trovò la sua identità.

un saluto ai cunardesi e non solo

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sab dic 06, 2008 2:45 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
AL PIANBELLO

Tra le « apparizioni strane » ricordate da Aurelio Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni, Cappelli editore, 1969, si cita:

“ Un maiale spaventoso vaga cantando sconciamente nelle notti senza luna fra i boschi del Pianbello “

Fate attenzione !!!

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" Scambiano la fiacchezza della loro anima per civiltà e generosità" ( Stendhal )
frenand




sab dic 06, 2008 3:01 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
flaf ha scritto:
.
"Va a dar via ul kù, Nardo, ma và a dar via ul kù Nardo.......
E fu così che anche quel luogo senza nome, trovò la sua identità.

un saluto ai cunardesi e non solo


...solo pochi anni fa una affermazione simile (vistà la sana rivalità fra paesi) ti sarebbe costata una sacagnada da legnat :D :D comunque questa versione non la avevo mai sentita,stasera vedo il sindaco di Cunardo, già mi vien da ridere al pensiero di quando gliela racconto :bigrin: :bigrin: :bigrin:

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Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero.




sab dic 06, 2008 6:28 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
Dopo aver ricevuto la sacagnada ma erudito il sindaco di Cunardo sulla toponomastica de lpaese che rappresenta, ecco una leggenda riguardante Ganna.
Era l'anno 1878, un intraprendente agricoltore del luogo, tal Giovangiacomoantonpierugobattistamaria Andreani, aveva appreso che nella bassa padana cresceva un ortaggio, la barbabietola, dalla quale radice, con un procedimento inventato da un scienziato tedesco, si poteva estrarre una sostanza dolcissima che poteva poi essere trasformata in zucchero.
Nonostante le sue terre non fossero ideali per la crescita di quest'ortaggio, egli si prodigò dedicando gran parte della sua vita.
Alla fine la sua testardaggine ebbe la meglio e nacque cosi lo zucchero di....Ganna.

saluti

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mar dic 09, 2008 3:40 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
Altre due di Cunardo

IL DIAVOLETTO E IL MUGNAIO

Le acque della Margorabbia dopo aver percorso parecchie centinaia di metri sotto le oscure volte dell'orrido di Ponte Nativo, escono alla luce del sole in una vallata impervia, dove scoscendimenti e massi rotolati da chissà quanto tempo costituiscono uno scenario dantesco davvero impressionante.

Sul fondo di questa valle ai margini del ruscello che scorre fra massi e dirupi, sorgeva, parecchie decine di anni fa un mulino gestito da un vecchio mugnaio, il quale altamente se ne infischiava delle leggende che correvano intorno alle streghe ed ai diavoletti che si davano convegno laggiù fra i massi e le cascatelle delle Valli. Egli asseriva di essersi recato a tutte le ore della notte al mulino, percorrendo l'impervia stradicciola che zigzagando scendeva dalla strada comunale al mulino, ma di non aver mai visto né incontrato streghe od altre diavolerie.

Una notte, terminato il suo lavoro, come al solito, caricatosi sulle spalle un sacchetto di farina da polenta, dopo aver richiusa la porta del mulino, si incamminò per l'erta per ritornare a casa. Il mugnaio era tranquillo, soddisfatto del lavoro compiuto e pensava al letto caldo che lo attendeva.

Fischiettava allegro, ma giunto ad una svolta della stradina e guardando avanti, vide una luce strana davanti a lui. Impressionato da questo bagliore inatteso, si arrestò incerto, ma poi fattosi coraggio, proseguì e giunto nei pressi del luogo dove gli era sembrato di aver visto della luce, con sorpresa grande vide per terra un bambinello nudo, il quale né piangeva né tremava dal freddo.

Il mugnaio si arrestò turbato ed incerto sul da farsi poi, fattosi coraggio si chinò e amorevolmente, sollevò il bambino tra le braccia , lo accarezzò e decise di portarlo in paese. Era un bambinello quieto e bello ed il mugnaio pensava che cosa avrebbe potuto fare per il piccolino che certamente qualche mamma snaturata aveva abbandonato in quel luogo deserto per celare qualche suo peccato d'amore.

Pensava a tutto questo il buon uomo, quando volle vedere meglio il bambino che teneva fra le braccia, lo sollevò in alto alla luce delle stelle e con spavento gli vide sulla fronte due piccole corna .
Inorridito a tale vista, il povero uomo ripensò a quanto si diceva in paese sui diavoletti delle Valli e con gesto istintivo buttò per terra l'indesiderato infante.

Non appena il bambino toccò terra, una grande vampata si sollevò dal terreno ed il mugnaio ne fu avvolto e abbagliato e quando i riflessi della vampata si furono diradati, l'uomo si trovò solo sull'orlo del burrone.


IL FANTASMA DEL CIMITERO

Il paese era impressionato poiché da parecchie sere tra le tombe del cimitero si aggirava un lungo fantasma biancovestito.
Parecchia gente lo aveva visto e nessuno, dopo le dieci di sera , osava più passare accanto alle mura del sacro recinto.

I più coraggiosi si spingevano sulla strada che porta a Cugliate passando davanti al cancello del Campo Santo, ma non giungevano oltre le prime case del paese e
di lì guardavano muti e spaventati il tremulo chiarore che si scorgeva oltre la cinta del luogo dell'eterno riposo.

Il fantasma era diventato l'argomento di tutti i discorsi e di tutti i pensieri dei cunardesi, i quali non sapevano a chi raccomandarsi perché tale impressionante apparizione sparisse. Le dicerie erano molte e tutti davano del fatto una versione particolare. C'era chi diceva trattarsi di un alto fantasma che gironzolava tra le tombe muto e silenzioso; altri dicevano che stando sulla strada si udiva il rumore di catene trascinate per terra; altri affermava di aver udito, oltre che rumore di ferraglie, lamenti e pianti. Nessuno però osava avvicinarsi al recinto e le supposizioni si accavallavano.

Una sera, un gruppo di ragazze decise di tentare di chiarire il mistero e conoscere chi era questo fantasma che si aggirava fra le tombe. Queste giovani asserivano che non si trattava di un fantasma, ma di un malvagio che entrava nel sacro recinto per predare quanto c'era sulle tombe dei defunti.

La sera stabilita le ragazze, verso le undici si avviarono verso il cimitero. Erano una decina allegre e spavalde che vedevano diminuire la loro sicurezza di mano in mano che si avvicinavano al Campo Santo. Tutto andò bene finché il gruppo camminava attraverso le stradette del paese, ma non appena le ultime case rimasero alle loro spalle, qualcuna cominciò a rallentare, qualche altra si fermava e più nessuno parlava.

Davanti a tutte camminava una bella ragazza, spensierata e spavalda: era la Ghita... la quale aveva promesso alle sue amiche di entrare da sola al cimitero e portar via la camicia al fantasma chiunque egli fosse. La Ghita accortasi del rallentamento delle sue compagne si volse e dapprima le incoraggiò, ma poi vista inutile ogni esortazione, le beffeggiò e da sola, strettasi sulle spalle un piccolo scialle, proseguì verso il cimitero. Giunse davanti al cancello quando all'orologio del campanile scoccava la mezzanotte. Fra le tombe, nel luogo dove attualmente sorge una grande croce, vide una figura bianca, quasi diafana, che immobile, con le braccia aperte, sembrava stesse invocando la pietà del cielo sui derelitti ivi sepolti.

La ragazza si arrestò impaurita ed incerta, ma fattasi coraggio e dopo essersi fatto il segno della Croce, varcò decisamente il cancello che era aperto ed entrò fra le tombe. Il fantasma non si mosse e la Ghita, lentamente gli si avvicinò. Tremava tutta ed avrebbe voluto fuggire, ma una misteriosa forza la spingeva verso quella figura misteriosa che, con la sua immobilità ed il suo silenzio, l'attirava a sé.
I minuti trascorrevano lentamente e di tanto in tanto la ragazza si arrestava, ma sempre un nuovo impulso la spingeva a proseguire tanto che finalmente si trovò a
pochi passi dall'essere misterioso. Si arrestò un attimo come per riprendere fiato.
Il cuore le martellava nel petto e d'un tratto, spinta da una volontà a lei sconosciuta,
con un balzo fu vicina al fantasma sempre immobile e muto.
Con rapidità impensata, la ragazza allungò le mani, toccò la camicia bianca che copriva l'essere misterioso, strinse le dita e tirò a sé con uno strattone il lungo camice, che in brevi istanti fu nelle sue mani. Nell'attimo stesso che l' indumento cadeva fra le braccia della Ghita, chiarore e fantasma sparirono, e la ragazza si trovò sola, al buio, fra le tombe. Riavutasi dalla sorpresa e sempre con il camice fra le mani, la ragazza, di corsa, uscì dal Campo Santo e, sempre correndo, si avviò verso il paese. Le sue amiche, impaurite dalla sua audacia erano fuggite e la povera Ghita, più spaventata che mai, rientrò a casa sua stringendo sempre tra le mani l'ormai
indesiderata camicia.

Entrata nella sua cameretta accese un lume, depose la lunga camicia su una sedia e, dopo aver recitato le preghiere della sera, spense il lume e si coricò.
Sperava la povera ragazza di poter passare una notte tranquilla dopo le molte emozioni della serata, ma il chiarore del lume non si era ancora affievolito, che per
le scale della casa si udì uno stropiccio di piedi, un rumore di catene trascinate per la casa, lo sbattere di porte aperte, bruscamente chiuse ed una voce che gridava:

« Ghita, Ghita, ridammi la mia camicia! »

La povera ragazza, si cacciò sotto le coltri coprendosi gli occhi e turandosi gli orecchi con le coperte, ma per quanti sforzi facesse i rumori e la voce misteriosa si udivano sempre più distintamente. La ragazza era spaventata a tal punto da non essere capace di mormorare la più semplice e più breve breve preghiera.
Il tormento della poveretta sembrava non dovesse aver termine, ma quando al campanile scoccò l'una i rumori cessarono e la voce si tacque.
Per quella notte la Ghita non chiuse più occhio e ad ogni più lieve rumore sobbalzava nel letto.

Fu per la povera ragazza una notte interminabile, e quando finalmente udì i primi rintocchi dell'Ave Maria, balzò dal letto, si vestì, raccolse dalla sedia l'indesiderata camicia, se la nascose sotto lo scialle e, uscita di casa, si recò dal prete al quale raccontò singhiozzando quanto le era accaduto.
Il buon prete ascoltò benevolmente il racconto della ragazza, la sgridò per la sua audacia e la sua incredulità e la consigliò sul da farsi. La sera dopo, seguendo il consiglio del prete, la Ghita verso la mezzanotte si recò al Campo Santo e là giunta, vide ancora la figura misteriosa, non più luminosa come la sera precedente, perché sprovvista del camice bianco. La ragazza aveva con sé tra le braccia, oltre alla camicia, un gatto nero e il fantasma, non appena la ragazza ebbe varcato il cancello del recinto gridò ancora:

« Ghita, Ghita, ridammi la mia camicia! »

La ragazza tremava dallo spavento e il cuore le batteva pazzamente nel petto, ma fattasi coraggio, stringendo sempre camicia e gatto, si avvicinò all'essere misterioso e raggiuntolo, depose ai suoi piedi la bestiola, prese il camice con le due mani, fece il gesto per coprire con questo il fantasma, ma la figura ogni volta che la Ghita stava per infilargli la camicia dalla testa, si allungava e per quanti sforzi facesse, la ragazza non riusciva nel suo intento. Il tempo passava lentamente, il gatto sbuffava e mandava fuoco dai suoi occhi giallastri e la poverina tentava continuamente, ma invano di ricoprire il misterioso essere. Durò a lungo questo estenuante tentativo, durò fin quando al campanile scoccò la una dopo mezzanotte e la sconosciuta figura scomparve, come la sera precedente. La ragazza più spaventata che mai rientrò in casa con l'indesiderato fardello che le era rimasto fra le mani.
La notte passò fra ansie e continui spaventi e quando Dio volle, le campane annunciarono l'inizio del nuovo giorno la Ghita si recò nuovamente dal prete al quale raccontò del suo inutile tentativo notturno. Il buon prete ascoltò la ragazza e le promise che la notte successiva l'avrebbe accompagnata lui al cimitero.

La ragazza trascorse una giornata per lei interminabile, presa come era dall'ansia di liberarsi dell'incantesimo del quale ormai era vittima e dalla paura di ciò che ancora l'attendeva la notte che stava per giungere. Sarebbe riuscita a ridare il camice bianco al suo misterioso proprietario? Sarebbe riuscita a reggere alla nuova prova? Non l'avrebbe attesa fra le mura del Campo Santo qualche altra tremenda sorpresa? Malediceva dentro di sé la sua spensieratezza e spavalderia e nello stesso tempo amaramente ripensava alle sue amiche, le quali, non solo non l'avevano attesa al ritorno del Cimitero, ma in quei giorni di tormento e di paura non si erano fatte vive e l'avevano lasciata sola alla sua angoscia.

A notte alta, accompagnata dal prete e con il gatto su un braccio e la camicia sull'altro, la Ghita si avviò nuovamente al Campo Santo ove giunse che scoccava
la mezzanotte. Il fantasma attendeva al solito posto, ma era agitato assai più che nelle notti precedenti.
Il prete indossata la stola si fermò sul cancello del Cimitero, mentre la Ghita, confortata dalle buone parole del sacerdote, con il gatto e la camicia entrò nel recinto.
Non appena ebbe varcato il recinto, la solita voce, con fare più imperioso del solito, le gridò:

« Ghita, Ghita, ridammi la mia camicia!

La ragazza, più impaurita che mai, fece come la notte precedente, si avvicinò alla misteriosa ombra, depose il gatto per terra e si accinse a far indossare la camicia al fantasma il quale però, non appena la Ghita allungò le mani reggenti l'indumento, se lo sentì strappare con forza e istantaneamente si trovò sola fra le tombe mute.

Fantasma e gatto erano scomparsi!
La poveretta, estenuata dall'ansia, cadde per terra priva di sensi ed il prete vedendola cadere accorse accanto, la rialzò, la rincuorò e la riaccompagnò a casa.
La prova tremenda era terminata, ma la Ghita rimase talmente scossa dell'accaduto, che andò deperendo e dopo poco tempo morì.

Piero Busti, Cunardo, brevi note storiche, Comune di Cunardo, Cunardo, 1984.

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mar dic 09, 2008 5:10 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
Per cominciare... un caloroso saluto a tutti! Bella bella :bravo: questa idea delle leggende e a questo proposito qualcuno sa raccontarmi esattamente quella di san Gemolo a cui è dedicata la cappella di Ganna? Perchè Mario, che come molti gannesi di secondo nome fa...Gemolo, ogni tanto mi spiega il perchè ( visto che come nome è piuttosto "strano") raccontandomi la leggenda di Gemolo...ma non sono sicura che la versione sia quella giusta.

Grazie e un augurio di un Natale sereno a tutti :santa: :occasion:

Loredana


lun dic 15, 2008 9:23 am
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
Eccola qui!!! (si ringrazia Quilla che la trascritta tempo fà)

La leggenda di San Gemolo e la Fontana dei sassi rossi
San Gemolo è il patrono di Ganna e si festeggia il 4 di febbraio.
Gli abitanti della valle hanno sempre avuto una devozione ed un rispetto particolare per il loro santo patrono, un patrono che non dividono con nessun altro, martirizzato proprio nella valle, e la cui storia fu tenuta viva, tra realtà e leggenda, prima dalla tradizione orale, e poi da un anonimo monaco che trascrisse ciò che gli era pervenuto, raccogliendo probabilmente anche elementi provenienti da libri liturgici della canonica di Arcisate, che fu certamente la prima custode della memoria di questo fatto.
A San Gemolo sono da sempre stati attribuiti poteri taumaturgici, soprattutto di guarigioni, ed è considerato il santo “dell’acqua”. Fino a poche decine di anni fa gli agricoltori di tutta la provincia e delle province vicine, durante i periodi di siccità, venivano in pellegrinaggio da San Gemolo per chiedergli un aiuto per far piovere…..e sembra che San Gemolo rispondesse sempre alle loro richieste.
Non si sa con certezza l’epoca della sua morte. In un primo tempo la si datava più o meno nello stesso periodo della costruzione dell’abbazia, intorno all’anno Mille, ma ora si è arrivati alla conclusione che deve essere avvenuta qualche secolo prima. Ciò risulta dalla necessità di porre in un esatto ordine cronologico alcuni reperti storico-archeologici, e anche dalla certezza che quando i monaci si insediarono nella valle, il culto di San Gemolo era già molto profondo e ben radicato nella popolazione del luogo, tanto che i monaci stessi lo rispettarono e anzi lo diffusero ulteriormente in tutti i possedimenti del monastero.
Nel punto esatto dove avvenne il martirio, i monaci costruirono a ricordo del fatto, attorno al XIV secolo, una cappelletta, che venne poi restaurata nel 1600. Ancora oggi tutti quelli che percorrono la provinciale la possono vedere, poco fuori dal paese, dal lato del lago, in un angolo di quiete e di verde.
A pochi metri di distanza, entrando verso il bosco, si trova la “Fontana dei sassi rossi”, così chiamata perché le pietre che contiene sono macchiate di un colore rosso vivo, e nonostante nei secoli la gente ne abbia di continuo asportate, continuano a macchiarsi.
La leggenda vuole che i sassi siano stati macchiati dal sangue di Gemolo, decapitato lì accanto. La spiegazione più razionale è che nella fonte vive una particolare specie di lichene, che attaccandosi alle pietre le tinge di rosso.
Durante la costruzione della cappelletta, proprio nel punto dove doveva sorgere l’altare, sgorgò improvvisamente un’altra sorgente di acqua limpida e fresca. Subito l’avvenimento venne considerato come l’ennesimo miracolo di San Gemolo, e probabilmente è per questo fatto, unitamente alla credenza che il suo sangue si sia riversato nella fontana, che Gemolo è per tutti il santo “dell’acqua”.
Anche questa piccola fonte esiste ancora, la si può vedere nel praticello accanto alla cappelletta.
Le spoglie del Santo oggi sono conservate e visibili sotto l’altare maggiore della Badia. Furono ritrovate murate sotto l’abside antica, quando nei primi anni del ‘600 fu abbattuta per effettuare alcune modifiche, rese necessarie dal momento che l’abbazia era diventata la parrocchiale.
Per posizionarle in quel luogo, erano state trasferite dal sarcofago originale in un’altra urna. L’avello in pietra in cui furono sepolte originariamente oggi si trova nel museo della Badia. La sua autenticazione avvenne dopo anni di studi e di esami, così come l’autenticazione delle ossa ritrovate.
E ora ecco brevemente, per chi non la conoscesse, la leggenda di San Gemolo, come è stata raccontata dall’anonimo monaco nel testo ritrovato presso la Badia:
“Gemolo era il nipote di un vescovo d’Oltralpe, che stava intraprendendo un viaggio verso Roma per andare dal Papa.. Con il suo compagno Imerio, Gemolo aveva il compito di fare da scorta e proteggere il vescovo e i suoi beni da eventuali malintenzionati.
Attraversate le Alpi ed arrivata in Valmarchirolo, la spedizione si fermò nella località denominata Taverna per passarvi la notte. Mentre dormivano una banda di briganti, capeggiata da Rosso di Uboldo, sottrasse loro bagagli ed alcuni cavalli.
Non appena si accorsero dell’accaduto, Gemolo ed Imerio partirono all’inseguimento dei ladroni, che raggiunsero nel punto dove oggi sorge la cappelletta.
Gemolo non volle far uso di armi, ma tentò di convincere con le parole i briganti a restituire ciò che avevano rubato, motivando la richiesta con lo scopo nobile del viaggio. I ladroni si fecero beffe di lui, e con crudeltà Rosso di Uboldo gli tagliò di netto la testa, mentre i suoi compagni trafissero Imerio che tentava di difenderlo.
Il sangue di Gemolo si sparse copioso per tutta la radura, riversandosi dentro una fonte che sgorgava lì accanto, e macchiando i suoi sassi di rosso. Macchie che rimasero per sempre, come per impedire di dimenticare l’accaduto.
Tra lo stupore dei briganti, Gemolo decapitato si alzò, raccolse la sua testa e risalì a cavallo. Il cavallo si incamminò lentamente, dirigendosi verso il luogo dove avevano lasciato il vescovo che a sua volta, preoccupato nel non vedere tornare il nipote, era partito con tutto il suo seguito per andare a cercarlo.
Quando incontrarono Gemolo, dopo il primo momento di smarrimento in molti tentarono di fermare il cavallo, ma nessuno vi riuscì, fino a quando, arrivato alle pendici del monte Mondonico, si fermò spontaneamente proprio nel luogo dove oggi sorge la Badia.
Lo zio vescovo decise quindi di dare sepoltura al nipote in quel posto, e suggestionato da quello che era successo, raccomandò ad alcuni pastori di vigilare sul sepolcro, per verificare se fossero accaduti fatti straordinari.
Effettivamente il racconto strabiliante della morte di Gemolo raggiunse ogni angolo della valle, e la gente si convinse che il ragazzo fosse un santo, e che avesse poteri miracolosi. Cominciarono così pellegrinaggi di curiosi e di ammalati sulla sua tomba, parecchi dei quali ottennero la guarigione, cosicchè un numero sempre più grande di persone vi si recava in continuazione.
Dopo qualche tempo lo zio, di ritorno da Roma, colpito dal susseguirsi di prodigi e dalla devozione che la gente aveva verso Gemolo, fece costruire una cappelletta sopra il suo sepolcro.
Sopra questa cappella i valligiani dopo alcuni anni vi costruirono una chiesetta, e sopra questa chiesetta i monaci costruirono l’abbazia. Ma il culto verso San Gemolo rimase immutato nei secoli, anche dopo la scomparsa dei monaci e un certo decadimento religioso, i pellegrinaggi continuarono.
Ai giorni nostri, tempi in cui le tradizioni vanno via via scomparendo, resta a ricordo del giovane Gemolo e della sua storia la cappelletta bianca nei pressi del laghetto di Ganna, la fontana dei sassi rossi e la voglia di far conoscere la leggenda e di tramandarla anche alle generazioni future.

p.s. La maggior parte delle informazioni che ho usato per scrivere questo testo le ho trovate nel libro "Tracce di storia dell'Abbazia di San Gemolo in Valganna" di B. Comolli e Luigi Zanzi

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lun dic 15, 2008 12:50 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
Grazie...è una bella leggenda, a dir la verità direi che va oltre la leggenda. Per sommi capi è quello che mi aveva raccontato Mario, ma senza tutti i particolari...gliela farò leggere...anzi direi che se ci riesco vedrò di recuperare il testo.

Un salutone
Loredana


lun dic 15, 2008 2:23 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
Lupi a Marchirolo

Una leggenda sui lupi ci narra come un panettiere che lavorava a un forno di Marchirolo, al termine del suo lavoro, verso l'alba, percorreva la via che dal paese porta verso San Pietro.
Arrivato questi nei pressi di una cappella, ormai da tempo veniva avvicinato da due lupi che ululando e mostrando i denti, sembravano intenzionati ad assalirlo, però a tanto non erano mai giunti.

Impaurito e stanco di sentirsi sempre in pericolo, una notte il panettiere confezionò due pani, incidendo su entrambi una croce. Arrivato al crocicchio dove di solito avveniva l'incontro con gli animali, come li vide avvicinarsi gettò loro i pani dicendo:

“ Mangiate e andate con Dio! "

I lupi presero ciascuno un pane e si allontanarono. Da quel mattino l'uomo non li incontrò più.

Così, nel secolo scorso si raccontava che due anime del Purgatorio in sembianze di lupi, avevano chiesto la carità per la pace delle loro anime.

Anche i lupi uscivano da protagonisti da una leggenda che, come tutte le leggende, narrano un po' di vero e l'ammantano di fantasia.

Virginia Borri, Marchirolo, storia e vita di un paese, Marchirolo, 1990

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frenand




lun dic 15, 2008 2:31 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
loredana_gandossi ha scritto:
Grazie...è una bella leggenda, a dir la verità direi che va oltre la leggenda. Per sommi capi è quello che mi aveva raccontato Mario, ma senza tutti i particolari...gliela farò leggere...anzi direi che se ci riesco vedrò di recuperare il testo.


Ciao Loredana, in realtà questo testo non è "copiato" pari pari dal libro che ho citato, l'ho scritto io prendendone gran parte delle informazioni e facendone un riassunto. Il libro è molto più consistente, ma a San Gemolo è dedicata solo una piccola parte, mentre parla più che altro della storia dell'Abbazia, dello splendore e del declino della gestione dei monaci benedettini.
Non so se riuscirai a trovarlo in giro, l'unica copia che io abbia mai visto nelle librerie è quella che ho comprato. Se vuoi te lo posso prestare da leggere.
Se invece vuoi trovare parecchie notizie interessanti sul nostro patrono, la sua storia e le leggende che gli ruotano attorno, prova a dare un'occhiata a questo sito.
Ciao :)

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Mary




lun dic 15, 2008 7:08 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
Grazie Frenand!!! :okboy:

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lun dic 15, 2008 8:08 pm
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
Visto che nella sezione “ di passaggio a Cunardo” è stata pubblicata una foto del castello, ecco una leggenda ambientata nel castello

IL CONTE RUGGERI

Nei tempi de' tempi viveva in un castello appollaiato sulla vetta di una dirupata collina, il Conte Ruggeri, crudele rapace castellano che terrorizzava tutto il territorio circostante, ma appassionato e grande cacciatore. Aveva sposato, ancora in giovane età, una dama bella buona ed onesta la quale, pur tacendo per il terrore che il marito le incuteva, non approvava però le sue prepotenze e le sue numerose malefatte.
I giorni trascorrevano sempre uguali per la poveretta richiusa fra le tetre mura del castello che per lei erano, più che pareti domestiche, mura di tetra prigione.
Le sue occupazioni si risolvevano nell'accudire alle faccende e nel sorvegliare l'andamento interno della casa della quale avrebbe dovuto essere signora e regina.

Rare erano le soste del castellano nella sua casa avita, e quando giungeva più che gioia, recava sempre con sè, terrore e spavento e la sua sosta fra le pareti domestiche si prolungava al più alle ore notturne, trascorse sempre in compagnia dei suoi amici, tristi quanto lui.

La castellana, viveva appartata e il marito ben di rado si ricordava di lei: fra loro era intercorso un tacito accordo per il quale, ognuno di loro, trascorreva i suoi giorni ignaro dell'esistenza dell'altro.

Ma una brutta sera il castellano rientrò avvinazzato, in compagnia di amici suoi che gridavano e cantavano sguaiate canzoni e, non appena nel castello, il Conte Ruggeri chiese della moglie e la volle davanti a lui. Non appena la poveretta fu in sua presenza, egli la investì di male parole e l'accusò di amoreggiare con un suo conoscente il quale, di tanto in tanto, era stato ospite al castello.
La poveretta allibita per l'ingiusta accusa, cadde piangendo ai piedi del feroce castellano giurando sulla sua onestà e sulla sua rettitudine e chiamando a testimoni delle sue affermazioni i Santi ed i suoi poveri morti. Ma il conte Ruggeri, legato da una triste passione ad un'altra donna, non volle sentire ragioni. Chiamò il maggiordomo, uomo iniquo e a lui legato per scelleratezze compiute in tempi addietro e salvato da lui dalla punizione che lo attendeva, il quale, presenti gli amici del conte, affermò di aver sorpreso la contessa fra le braccia del suo amante.

La povera donna a questa affermazione, capì di essere perduta e non valsero né lacrime, né giuramenti, né preghiere a muovere il Conte, il quale decretò che alla peccatrice sarebbe stata inflitta la punizione che si meritava: sarebbe stata gettata fra i gorghi dell'orrido di Ponte Nativo di Cunardo, essendo quella la punizione, decretata a quei tempi, per le donne adultere.

La poveretta trascorse la notte chiusa nella sua camera tra pianti e preghiere, mentre giù nel salone, il triste marito gozzovigliava con i suoi degni amici.
Il mattino dopo, per tempo, fu bussato alla porta della contessa ed il conte stesso fattosi sull'uscio, la invitò a scendere in cortile dove era in attesa una carrozza chiusa sulla quale la disgraziata fu fatta salire. Al suo fianco si pose il marito e quindi i cavalli si mossero. Dopo una lunga galoppata, attraverso località sconosciute alla donna, la carrozza si fermò lungo una strada che correva, come corre ancor oggi, sul ciglio di un dirupo che sovrasta l'antro misterioso dell'orrido di Ponte Nativo.

La donna fu fatta scendere e fatta inginocchiare sul nudo terreno. Le furono concessi pochi minuti per raccomandare la sua anima a Dio e, trascorso il breve termine, venne afferrata da due famigli del conte che avevano seguito a cavallo il triste veicolo, e gettata tra i gorghi impetuosi delle acque vorticose.
Si vide per brevi istanti la donna dibattersi disperatamente tra i flutti e poi sparire sotto la scura volta dell'orrido. Il conte assistette muto alla scena e non appena la donna fu scomparsa agli occhi degli astanti, risalì sulla carrozza e diede ordine per il ritorno al castello.
La donna che con il suo silenzio e la sua onestà tanto infastidiva il conte non era più, ma non per questo la vita del Conte fu più felice. Da quel giorno una strana malinconia assalì quel tristo figuro che, roso dal rimorso e dal terrore per il delitto commesso, si ammalò e dopo poco tempo mori.
Ma anche dopo la morte la sua anima non trovò pace, e tutte le notti, lungo le Valli, verso la mezzanotte, si sentivano suoni di sonagliere, abbaiare di cani, schiocchidi fruste e il passaggio rapido, come di un vento impetuoso, di un gruppo di cacciatori lanciati dietro una selvaggina irraggiungibile.
Era l'anima del conte Ruggeri che non poteva abbandonare i posti che avevano visto il martirio della innocente sposa.

In paese tutti avevano udito il frastuono di questa battuta notturna di caccia e tutti ne avevano terrore. Ma un vecchio mugnaio proprietario di un mulino proprio sul fondo delle valli ( i ruderi di questo mulino si possono ancor oggi ammirare sul fondo del torrente), rideva della paura dei compaesani e, pur ammettendo di aver
anche lui, nelle notti buie, mentre era intento al suo lavoro, udito questi frastuoni, affermava che non si trattava né del Conte Ruggeri, né di anime dannate, ma semplicemente di bestie notturne che schiamazzavano.
Una notte il mugnaio era solo nel suo mulino, la macina girava lentamente e fuori era buio pesto. Sibilava i! vento ed egli per ingannare il tempo fischiettava. Ad un tratto udì in lontananza, prima confusamente e poi sempre più distintamente, un suono di sonagliere ed un abbaiare di cani che si avvicinava. A quello schiamazzo, pensò subito al Conte Ruggeri, ma poi, datosi una scrollatina, sorrise e si fece sull' uscio de! suo mulino. Lo schiamazzo si faceva sempre più distinto e si avvicinava sempre più e il mugnaio fattosi coraggio, avanzò di qualche passo verso il ciglio del burrone. Era buio e tirava un vento freddo. L'uomo incuriosito attendeva ciò che sarebbe accaduto e, allorché udì vicinissimo il frastuono della battuta, gridò:

« Conte Ruggeri, dammi un po' della tua caccia! ~

Non aveva ancora terminato di parlare che si sentì avvolto da un forte turbine mentre qualche cosa di pesante gli cadeva tra le braccia. Spaventato, stentò a reggersi in piedi e, con orrore, al fioco chiarore del lume che usciva dalla porta del mulino rimasta aperta, vide che aveva tra le braccia una gamba umana. Scoccava in quel mentre, al campanile di Ferrera, I' una dopo la mezzanotte.
Il terrore del mugnaio fu tremendo e, non appena riavutosi dallo spavento, depose con cura il misero resto nell'interno del mulino e s'incamminò lungo il viottolo che portava al paese ove giunse che suonavano i rintocchi dell'Ave Maria.
Il povero uomo non si recò a casa sua, ma andò dal parroco, certo Don Tagliaferri, il quale fu assai meravigliato della visita mattutina del mugnaio che non passava per uno stinco di santo. Il malcapitato raccontò al parroco la sua avventura e chiese consiglio. Il buon prete, dopo aver ascoltato e incoraggiato un po' il mugnaio, gli disse che la notte successiva egli avrebbe dovuto trovarsi alla medesima ora della sera precedente sul ciglio del burrone accanto al mulino, con la cacciagione inattesa sulle braccia e con accanto un gatto nero. Verso la mezzanotte all'annunciarsi del frastuono della battuta di caccia, doveva tenersi pronto e quando la muta urlante fosse a lui vicina doveva gridare:

« Conte Ruggeri, riprenditi la tua caccia! »

Il prete gli disse anche che gli sarebbe stato vicino durante l'attesa.
La giornata passò per il povero mugnaio fra incubi e paura e alla sera, accompagnato dal prete e con un . gatto nero in un cesto, si recò al mulino.
Verso la mezzanotte si udì il noto frastuono ed il mugnaio, fattosi coraggio ed esortato dal prete, prese sulle braccia la macabra cacciagione e, tenendosi vicino il gatto, si recò sul ciglio del burrone. Il prete gli era vicino e lo incoraggiava, con la stola copriva il gatto nero. Intanto il frastuono della battuta di caccia era ancor più rumoroso di quello della notte precedente. Il mugnaio tremava ed il prete recitava delle preci. Un forte vento improvviso si alzò proprio quando il baccano si era fatto vicinissimo ed il mugnaio, fattosi coraggio, gridò:

« Conte Ruggeri, riprenditi la tua caccia! »

Un vortice impetuoso avvolse mugnaio e prete, il gatto sbuffava inferocito e il malcapitato incredulo, si sentì strappare dalle braccia l'indesiderata cacciagione.
Subito dopo, tutto ricadde in un tetro silenzio e il mugnaio, da quel giorno non osò più scherzare sulla « Caccia selvatica », come era in paese chiamata la battuta notturna di caccia del triste Conte.


INCONTRO NOTTURNO

Un giovane del paese, certo Severino, si recava ogni sera a trovare la fidanzata che abitava a Masciago Primo.
La stradicciola che da Cunardo porta a Masciago, passa attraverso boschi e valloncelli ed è poco frequentata. Una sera il giovane, dopo essere stato a trovare la fidanzata riprese la via del ritorno. Era notte alta, ma egli conosceva assai bene la strada da percorrere. Era tranquillo e contento e non pensava certamente ad ostacoli o a cattivi incontri lungo la via del ritorno. Ma giunto in una località dove la strada scende in un valloncello attraversato da un ruscello, si trovò improvvisamente il passaggio sbarrato da un groviglio di rovi.

Severino cercò dapprima di allontanare i rovi con i piedi, ma non riuscendovi, si tolse dalla tasca una piccola roncola e tagliò i rovi. Non fu un lavoro facile poiché un grosso rovo era assai duro da tagliare e il giovane faticò assai a liberare il passaggio. Finalmente ci riuscì e poté così riprendere il suo cammino.

Rientrato in casa si coricò e dormì saporitamente. Il giorno dopo Severino non pensava più alla sua avventura notturna e con sorpresa sentì dire che in paese una donna che passava per strega, circolava con un braccio fasciato perché le era stata inferta una ferita in modo assai misterioso ed inoltre aveva altre ferite sul viso ed in altre parti del corpo.

Severino nella notte precedente non aveva tagliato un rovo dei soliti, ma aveva tagliuzzato la strega, gelosa del giovane che avrebbe voluto legato a lei.

Piero Busti, Cunardo, brevi note storiche, Comune di Cunardo, Cunardo, 1984.


mer dic 17, 2008 9:15 am
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Messaggio Re: LE NOSTRE LEGGENDE!!
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PROCESSIONE NOTTURNA

Una notte d'inverno, tale Modesta della Famiglia dei Martooc, fu svegliata da un suono di campane che credette fosse il segno dell'Ave Maria. Si alzò, si vestì e,
uscita sulla strada, si avviò verso la chiesa posta in alto in posizione dominante il paese.

Giunta sul sagrato, si guardò attorno meravigliata perché tutto era silenzio e le porte della Chiesa erano chiuse. Spaventata, riprese la strada di casa, mentre al campanile scoccava la mezzanotte.

Si fece il segno della croce e accellerò il passo. Giunta nei pressi dove ora sorge la casa del Coadiutore, vide salire verso la chiesa una lunga processione. Non si udiva né un canto, né un bisbiglio e la donna, più preoccupata che mai, si fece da parte per lasciare passare la muta sfilata. La processione era aperta da una donna che reggeva una bianca croce, seguita da due lunghe file di donne con una candela in mano. Sfilavano, silenziose, senza fare alcun rumore e la Modesta assisteva a questa inattesa sfilata più che spaventata, sorpresa, e quando giunse alla sua altezza la donna che reggeva il cesto delle candele, se ne fece dare una ed avutala, l'accese e si accodò alle altre donne.

La processione salì sino al sagrato della chiesa ove giunse che scoccava la una dopo mezzanotte. Non si era ancora affievolito il suono del rintocco che istantaneamente tutti i lumicini si spensero e la Modesta si trovò sola al buio, con in mano un braccio umano anziché una candela.

Spaventatissima, la povera donna rientrò in casa con il macabro resto fra le mani e al mattino, appena fattosi giorno si recò dal parroco per raccontargli quanto le era
accaduto e per chiedergli consiglio.

Il prete l'ascoltò turbato e, dopo aver riflettuto un pò, disse alla donna che per liberarsi del macabro lume e dall'incantesimo a lui legato, la donna doveva trovarsi
la notte seguente, alla mezzanotte, al medesimo posto dove aveva ricevuto l'indesiderata face, con un gatto nero vicino. Si doveva attendere il passaggio della notturna processione e ridare la macabra candela a colei che gliel'avrebbe chiesta.

La donna fece come le era stato consigliato e all'ora fissata la processione riapparve e in coda a questa c'era una donna senza candela che giunta vicino alla Modesta, le tolse bruscamente il braccio dalle mani.
Non appena l'arto fu nelle mani della donna in processione, si accese istantaneamente. Dopo di che la processione sparì.

Fu tanto lo spavento della Modesta che dopo poco tempo morì.


Piero Busti, Cunardo, brevi note storiche, Comune di Cunardo, Cunardo, 1984.


MASCHERA TRAGICA

La sera del martedì grasso dell'anno... un gruppo allegro di maschere transitava davanti al cimitero per recarsi a Cugliate a passare la serata.
Giunti davanti al cimitero, tutti si levarono la maschera, ma una ragazza, che faceva parte della lieta brigata, non solo non si levò la maschera, ma beffeggiò gli altri per le loro idee arretrate e la loro beghineria.
Passò la nottata carnevalesca, tra lazzi e risa, i balli impazzivano, e nessuna pensava più né al cimitero, né alla maschera non tolta.

Al mattino dopo, stanchi e accaldati per la nottata allegra passata , la lieta brigata rientrò in paese ed ognuno si ritirò nella propria abitazione.
Anche la ragazza emancipata che non aveva voluto togliersi la maschera davanti al cimitero, rientrò a casa sua e fece per togliersi la maschera, ma per quanti sforzi facesse non riusciva a staccare dal viso l'ormai indesiderato travestimento.
Alle sue grida di spavento accorsero i suoi famigliari che, sentito la causa di tali grida, cercarono di aiutare la poveretta, ma per quanti sforzi facessero, non riuscirono a nulla.

Il dolore della ragazza e dei suoi famigliari fu grande e tale che, per non vederla circolare per il paese con il viso coperto dalla maschera, l'avvelenarono.
L'anima della ragazza vagò per i monti e tutte le notti di martedì grasso, si sentono giungere dalle pendici del Monte San Michele e più precisamente, dalla « Valle
delle Capre », i lamenti dell'anima randagia ad ammonimento dei festaioli che spensieratamente si divertono nella notte di carnevale.


Piero Busti, Cunardo, brevi note storiche, Comune di Cunardo, Cunardo, 1984.

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sab gen 10, 2009 2:53 pm
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