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 Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874 
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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
Inserisco qui una descrizione giornalistica del 1884, peccato che le foto non siano di qualità.


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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
Ahhhhhhhh questa me la leggo per bene! GRAZIE :okboy:

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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
Tullio Dandolo, nel luglio 1821, fece una gita in Valganna partendo dalla sua proprietà del Deserto di Cuasso.


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lun mar 29, 2010 3:12 pm
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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
:wav:

Quante cose ci sarebbero da leggere (ed imparare) ad averne il tempo...

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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
Già .... molto interessante! :okboy:

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lun mar 29, 2010 5:49 pm
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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
gigilugi ha scritto:
:wav:

Quante cose ci sarebbero da leggere (ed imparare) ad averne il tempo...

Ti spiego la ricetta:
- diventare vecchi
- andare in pensione ( io mi sono auto-pre-pensionato)
- sperare che il cervello funzioni discretamente
così hai tempo per i tuoi interessi.
Saludi

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lun mar 29, 2010 8:25 pm
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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
Dieci anni dopo la descrizione della Valganna del Bizzozzero, l'Ing. Quaglia passava in rassegna, in un suo libro datato appunto 1884, gli specchi d'acqua del circondario di Varese tra cui anche quelli della valle. Penso che possa interessare anche per i vari riferimenti storici ed ambientali. In particolare per il - per fortuna non realizzato - progetto di prosciugare parzialmente il lago di Ganna onde poter cavare più agevolmente la torba dal Pralugano ed aumentare il terreno agricolo.
Saluti.


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gio apr 15, 2010 10:34 am
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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
GRAZIE!!!!!!! Adesso lo stampo.... :piega:

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gio apr 15, 2010 11:36 am
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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
Nella bella descrizione del Quaglia viene citato Amoretti, ecco come descrive la Valganna.


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gio apr 15, 2010 12:40 pm
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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
Azz è una gara a chi ha più documenti storici eh? :D

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gio apr 15, 2010 4:56 pm
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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
mauri ha scritto:
Dieci anni dopo la descrizione della Valganna del Bizzozzero, l'Ing. Quaglia passava in rassegna, in un suo libro datato appunto 1884, gli specchi d'acqua del circondario di Varese tra cui anche quelli della valle. Penso che possa interessare anche per i vari riferimenti storici ed ambientali. In particolare per il - per fortuna non realizzato - progetto di prosciugare parzialmente il lago di Ganna onde poter cavare più agevolmente la torba dal Pralugano ed aumentare il terreno agricolo.
Saluti.


Ottimo :bravo:
Ero a conoscenza dell'esistenza di questo libro del Quaglia e immaginavo ci sarebbe stato qualcosa anche sui laghi della valganna

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gio apr 15, 2010 4:58 pm
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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
A titolo informativo: il libro dell'Ing. Quaglia "Laghi e torbiere" è stato ristampato in edizione anastatica da Nicolini editore - Gavirate nel 1996. Riguardo alla reperibilità non saprei dire, nelle librerie non lo vedo da tanti anni e l'editore, lo scopro ora cercandolo su internet, sembra abbia chiuso l'attività. (Era l' editore del libro "Tracce di storia dell'Abbazia di S. Gemolo in Valganna" pubblicato nel 1999 a cura della Provincia di Varese)
Il libro "Viaggio ai tre laghi" di C. Amoretti è stato ristampato nel 1997 da Macchione editore - Varese. E' una vera e propria miniera di informazioni ed è corredato da un discreto numero di foto d'epoca. Macchione lo ha ancora in catalogo, dovrebbe quindi essere reperibile. :scratch:
Saluti.


ven apr 16, 2010 11:15 am
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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
Sempre nel 1874 veniva pubblicato " Varese e suo circondario " di Luigi Brambilla.
Riporto, suddivisa in tre parti per una migliore lettura, la descrizione della Valganna:

CAPITOLO IV.


Le Valli.

Val-Gana. Una delle più amene e deliziose passeggiate pei Varesini, e pei villeggianti è quella da Varese alla Valgana, discendendo pel colle di Biumo Superiore, passando la valle d' Olona, ove vedonsi diversi opifici, e salendo sul nuovo tronco di strada, che apresi a fianco del fiumicello che scorre lungo la pittoresca valle della Fontana degli ammalati. Chi invece vuol colà recarsi in carrozza, deve andare ad Induno, e di la, volgendo a sinistra, percorrere la bella via costrutta nel 1865, e per la quale si aprirono gallerie scavate nel sasso.
Passata appena la prima di quelle gallerie, trovasi subito in una località amenissima ed incantevole nella stagione estiva, per la frescura che vi si mantiene, alimentata da ombre ospitali e da correnti d'aria ripercosse dalle tortuosità e dai seni delle adiacenti colline e montagne. Qui esiste la così detta

Fontana degli ammalati.— Questa fontana sgorga, perenne e con grosso getto, ai piedi di un masso per una fenditura quasi circolare, e corre veloce nella sottoposta valletta, per congiungersi coll' Olona. E' un' acqua freschissima, limpida, cristallina ed assai leggiera, che bevesi con piacere e con ristoro del viandiante. Il nome dato ab antico a quel getto d'acqua, e che tuttora conserva, parrebbe indicare l'efficacia di essa a richiamar la salute in chi l'ha perduta; ma un' analisi accurata ha dimostrato che ciò non sussiste; è un' eccellente acqua, ma ha nulla a che fare collo speziale.

Sass di spoeuj. — A breve distanza della Fontana degli ammalati, a manca della strada, tra massi scoscesi di tufo, aprivansi, tempo fa, alcune pittoresche grotte, che ora sono quasi scomparse sotto il piccone demolitore, perchè le stalattiti furono trasportate ad ornare i giardini di Varese, ed ora grossı pezzi di tufo si adoperano per fabbricare. In un pertugio, che metteva in comunicazione due di queste grotte, nel 1873, furono trovate ossa umane e di bestie. Ciò diede luogo a diverse conghietture (sic): e chi volle in quegli avanzi trovarvi il fatto dell'esistenza di una vera caverna ossifera, e chi la testimonianza irrefragabile di qualche delitto perpetrato fra il silenzio di que' muscosi spechi, che per antiche tradizioni, sappiamo essere battezzati coll' appellativo di Cà di lader.

Procedendo oltre per la strada, vedonsi altre cascatelle e maraviglie naturali. Oltrepassato alquanto la cascatella detta Pissabò, in uno stretto seno, per cui scorre poca acqua e che si inoltra come una fenditura, presentasi il calcare con quarzo agata piromaco reso candido dall' acqua che vi scorre sopra, e che fu detto da alcuni alabastro.

Cava e miniera antica sul monte Cuseglio. - Sul versante meridionale del monte Cuseglio trovasi una cava antica di marmo stalattitico, stalagmitico e panniforme tanto bianco, quanto magnificamente è venato e trasparente.
Pare che quella cava, di data antica ed ora abbandonata, si approfondì nel masso calcare-dolomotico, che ne costituisce la soprastante roccia.

Dal lato di levante, nello stesso monte, per mezzo di assai difficile e penoso accesso, entrasi in una miniera, detta:

Val-Vassera.- < Contigua al monte Cuseglio trovasi la Val-Vassera formata dal granitoide. In mezzo a quella scoscesa valle, ad una altitudine ragguardevole, il silenzio, qualche anno fa era interrotto dal rimbombo delle mine sotterranee, dal fragore delle macchine trituratrici, e dal frastuono dei lavori degli operai ed ora dal solo mormorio di piccola corrente. La roccia, appartiene alla categoria delle ignee, e precisamente delle plutoniche od emersorie: il porfido rossiccio è il componente principale della roccia. Un po' più al di sopra della miniera, trovansi delle gallerie anguste, ma lunghe, che finiscono in una specie di caverna, le quali, dicesi, siano state praticate fino dai tempi romani. E in verità, la fuligine di cui le pareti interne son coperte, fa prova che tali scavi sono molto antichi, di tempi cioè in cui l'arte mineraria si serviva ancora del fuoco e dell'acqua, invece della polvere pirica.
< Le acque che scaturiscono in quella miniera, attraversando degli strati di solfuro di ferro, contengono in dissoluzione questo metallo, ed hanno quindi delle proprietà medicinali. Sono facilmente riconoscibili al loro sapore astringente che richiamano quello dell'inchiostro: limpide alla loro scaturigine, divengono poi torbide al contatto dell'aria, e depositano al fondo il loro principio ferruginoso allo stato di ossidazione. Quelle acque attraevano anni sono, una folla di visitatori, che loro chiedevano salute: ora sono trascurate. > (Rivista.)

L'egregio Prof. Luigi Sironi, analizzando chimicamente l'acqua della Val-Vassera, la trovò composta di carbonato di ferro, solfato di ferro, solfato di magnesia, idrato di perossido di ferro, poco solfato di calce, lieve traccia di silice e di materie organiche. Del che ne viene che quest'acqua presenta molta analogia colla ben nota acqua di Recoaro, colla diversità che quest'ultima racchiude anche dell' acido carbonico libero.

Picco di Gana. -Il Puntone o Picco di Ganna si eleva a 990 metri sopra il livello del mare; verso la valle piomba a perpendicolo. La fatica del salire su quella vetta è compensata dalla vista che ivi si gode. Di là si può discendere nella val Frigerio.

Gana o Ganna. - E' il paesello che dà il nome alla valle, la quale anticamente apparteneva agli arcivescovi di Milano, come lo provano le vertenze dell'arcivescovo Cassone, nel 1310, contro il Magno-Matteo per diritti da questi usurpati. Vicino al paese v'è un piccolo oratorio, detto di S. Gemolo; e la tradizione vuole che quel santo, nipote di un vescovo oltremontano, fosse ivi trucidato, nel 1047, per mano di certo Ubaldo Rossi. Quel che è certo si è, che fin dal 1095 tre preti solitari vi celebravano la festa di quel santo. Si vedono ancora gli avanzi del chiostro in cui que' preti si erano ritirati, abbracciando, coll'approvazione dell'arcivescovo Arnolfo, l' istituto benedettino secondo la riforma di Cluny. Sotto l'oratorio di S Gemolo v'è una sorgente, l'acqua della quale era ritenuta, ne' tempi passati mezzo potente a far`discendere la pioggia sui campi arsi dalla siccità. Perciò qui venivano a prenderla i credenti da tutta la Lombardia, e perfino dal Piemonte o dal Genovesato. Le offerte, che venivano fatte a tal uopo, erano uno dei principali proventi dei Priori di que' frati.
Una nota, fatta nei registri parrocchiali da un Priore, ci ricorda che presso i monaci Benedettini o Cluniacensi di Gana eravi un gran libro di memorie, cui però egli non vide, e conchiude magari l'avessi veduto, (utinam vidissem).— S. Carlo soppresse i frati, col consenso di Pio IV, i loro possessi furono convertiti in commenda a favore del Cardinale Medici, il quale donò que' beni all'Ospitale Maggiore di Milano, deve anche oggidì provvedere alla cura di quella parrocchia. Nella torbiera di Gana e nel fondo del suo laghetto furono trovati residui di piante scomparse affatto dalla valle.

Lago di Ghirla.— Continuando la via verso Ghirla, si costeggia il lago di questo nome, formato dal fluente Margorabbia. Esso nella sua angustia e nell'aspetto severo del ridosso delle montagne ti presenta un quadro bello.

Ghirla — frazione di Gana. Fu abbellito dopo la riattazione della strada provinciale ordinata dall'Imperatore Francesco I.— Le fucine di ferro, la fabbrica di maiolica e terraglie , furono visitate dall'Arciduca Raineri, Vicerè del regno Lombardo-Veneto. Sotto la gradinata della Chiesa, in una specie di calcare, contenente delle parti silicee, furono trovati dei petrefatti, che alcuno volle dirli di animali marini. Sopra Ghirla, nel luogo detto la Val Bogione, vedonsi il calcare ed il granitoide attiguo l'uno all'altro. Tutti i monti circostanti sono importanti pel geologo, ed ad ogni tratto incontransi massi erratici anche di grossa mole, interessanti e rari.

Marzio.— Piccolo paesello che ha tutte le case coperte di schisto lamellare, e nel quale ebbero origine le due famiglie Maffei e Menefoglio. L'acqua della fontana pubblica di Marzio nasce in terreno siliceo.
In Marzio sonvi due altre fontane d'acqua, dette l'una del Bogione, l'altra del Fontanino. Dall' analisi chimica di quelle acque, fatta dal cavaliere Dott. Righini Giovanni, chimico farmacista in Novara, risulta che esse contengono cloruro di calcio, cloruro di magnesio, acido silicico, e la prima solfato di calce, la seconda carbonato di calce. Per la loro composizione sono dunque atte a promuovere le orine.

Continuando per la strada provinciale, da Ghirla si entra nella

Val-Marchirolo.— La valle di Marchirolo sta fra l'emissario del lago di Lugano e quello del laghetto di Ghirla; ed è abbellita dal ridente aspetto di varie collinette feconde, che danno buon raccolto, quando i freddi venti dell' est colle brine non lo sperdono. Il suolo di alcuni monti di questa valle sono formati dallo schisto micaceo, e gli altri da calce magnesifera, da porfidi, da graniti, da alterazione porfirica o falso porfido, da breccia di transizione, da arenaria, da puddinghe, ecc. ora immediatamente unite, ora con frapposte altre materie.
Le materie d'alluvione di queste sponde non è a dubitare essere pervenute dal trasporto delle acque in direzione da nord a sud, le quali, ritirandosi in modo violento ed agitato, lasciarono seni ondulati.

La valle di Marchirolo]o, posta fra due sponde di monti che sovrastando la circondano, si dirige da nord-nord-est all'ovest,inclinando verso sud-ovest. E' lunga circa quattro miglia, e la sua larghezza varia dalle tre miglia alle sue estremità, fino a mezzo miglio nel centro.
La sua superficie è di metri 833, 283. Gli servono di confine, colle altre valli circostanti, vallette ed acque. Dalla Svizzera vien divisa mediante il lago di Lugano, e dall'emissario suo, il fiume Tresa. L' acque, che scaturiscono sotto il paese di Marzio, e che vanno a gettarsi nel lago di Lugano, il letto delle quali chiamasi Valmusagra, e le acque che nascono sopra Marzio, e che scorrono per la valle, detta Bogione, servono a dividere la valle stessa dalla pieve d'Arcisate. Queste ultime acque vanno a unirsi a Ghirla coll'emissario del lago omonimo, servendo così di confine colla Valganna; e dopo un corso di un miglio circa, esse scompaiono per un quarto di miglio, ricomparendo poscia sulle alture sopra Ferrera, dove si uniscono alla Rancina formando la Margorabbia, che è il limite della Valcuvia. La Margorabbia riceve in seguito il torrente Grantorella, che serve di confine colla Valtravaglia, e, scorrendo per circa tre miglia, si unisce poi alla Tresa, quasi in vicinanza della foce di questa nel Verbano.
La Tresa pure riceve le acque del torrente Vallone, che scorrono al nord della valle di Marchirolo, discendendo dai monti di Viconago e di Montegrino. Al nord-ovest della valle, tra i due anzidetti monti, ha principio la valle detta Nave, dove scorre il torrente Grantorella suddetto, così chiamato perchè passa da Grantola, prima di gettarsi nella Margorabbia. I monti, posti al nord di questa valle, e che vanno continuando al nord-ovest, formandone la sponda, prendono il nome dai rispettivi paesi ai quali appartengono, cioè di Viconago, Arbizzo, Marchirolo, Cugliate, Fabiasco, e terminano con monticelli di disputata vulcanicità. Ai menzionati paesi va aggiunto Cremenaga, posto alle falde del monte Montegrino, in vicinanza della Tresa.

Metalli. —Le materie di trasporto, cagionate dalla decomposizione delle Alpi, non abbondano che di piriti ferruginose, le quali pure si decompongono facilmente. Trovansi ossidi diversi di ferro, che per la loro affinità coll'acqua passano allo stato di ferro idrato. Talvolta nelle sabbie trovasi del ferro attirabile dalla calamita, e del ferro solfurato, in pezzi voluminosi, misto talvolta con qualche traccia di manganese e di silice. Nella prateria, che forma il letto della Tresa, vedesi della
galena argentifera, trasportata dalle acque che corrono in vicinanza delle miniere di Viconago. Alcuni ritengono che, anche sotto materie di trasporto, possano esserci strati auriferi. In un piccolo torrente, che dal paese d'Astano, in Isvizzera, passa tra Ponte Tresa e Luino, trovansi alcuno pagliette d'oro, le quali, trascinate con forza nella Tresa, che precipita di lì a poco con un salto di 30 metri circa nel lago Maggiore, entrano in questo, e forse passano nel Ticino.
Le miniere di galena argentifera, e specialmente quella chiamata Argentiera, sembra che fossero scavate fin dai tempi dei Romani.
Ha osservato in proposito il sig. Brocchi, che in una antica abitazione d'Argentiera, posta in vicinanza della valle, ove esiste la miniera, per alcuni indizii si può arguire esser colà state erette le fornaci ed i lavatoi. Quantunque manchino fondamenti sicuri per poter asserire che questa miniera fosse nel numero dei filoni metallici; ceduti dall'Imperatore Federico Barbarossa ai Vescovi di Como, come rilevasi dal diploma datato da Ravenna nel 1231, e pubblicato dal Tatti ne' suoi Annali di Como, pure il nome, che ancora conserva, di Galleria dei Vescovi ci fa presumere che pur essa vi fosse stata compresa; e tal nome si mantiene tuttavia per distinguere quella galleria dalle altre formate posteriormente.
Nel 1804, i sigg. Odmarck, Rossi e Paulin, proprietari dell'argentiera, dopo aver organizzato i necessari edifizi per lavorare i metalli, diedero principio all'escavazione. Coi loro forni lavoravano anche il ferro, che veniva colà trasportato dalle cave di Brinzio. Vedonsi ancora, in uno stato deplorevole, gli avanzi degli edifizi, dei forni, ecc. che dovettero abbandonare per le ingenti spese. Negli anni 1812 e 1813, in sei mesi di lavoro, trentacinque operai, pagati in ragione di 36 soldi di Milano al giorno, scavarono 11000 libbre piccole di galena argentifera. Dopo la miniera fu abbandonata, essendosi speso, nello spazio di otto anni, circa un milione di franchi.

fine prima parte

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mer giu 09, 2010 1:30 pm
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Seconda parte Brambilla 1874.


Sorgenti.— Nella valle sonvi innumerevoli sorgenti di buonissima acqua dolce, la quale di solito è limpida come cristallo, senza odore, senza sapore, ed imprime sulla lingua un gusto piccante di freschezza.
Le Fontanelle in via del Magnano a Marchirolo, e la Fontana del laghetto, situata presso il torrente Dogolana, emettono maggior quantità d'acqua nei tempi caldi e secchi.
In un fondo, appellato Pradaccio, sulla strada che va ad Ardenna, havvi una sorgente, che alle particolarità anzidette unisce quella pure di servire come di barometro ai contadini per indovinare il tempo bello o cattivo. Se, dopo una serie di giorni sereni, il fonte continua ad abbondar d'acqua, il tempo è stabilmente bello; se diminuisce, si ha quasi subito la pioggia; se dopo la pioggia vien sereno ed il fonte continua ad essere abbondante, il sereno è passeggiero; se continua la pioggia ed il fonte diminuisce, tra breve ritorna sereno. Questo fonte scaturisce alle falde del calcare.
Sonvi altre memorabili sorgenti, di alcune delle medesime hanno già parlato abbastanza diversi autori. Varie di esse sgorgano dalle cime dei monti, e superiormente non hanno che pochissimo strato di sassi e di terre vegetali.
L'acqua del Fontanone, in Marchirolo, venne esaminata dal chimico Dott. Righini. Quest'acqua, che scaturisce da alcuni ammassi arenacei, ed alla cui sorgente fanno corona i rodendri ferruginosi, le felci, le eriche ed i ligustri, ha un sapore lievemente ferruginoso e subsalino, Offerse all'esplorazione chimica indeterminata bicarbonato di calce, carbonato di magnesia, solfato di magnesia e carbonato di protossido di ferro. Può collocarsi fra le acque medicinali, minerali, salino-ferruginose, utili nella debolezza di ventricolo e nei calcoli vescicali.

Altre notizie.— Alcuni paesi della valle di Marchirolo sono molto antichi. Liutprando, nel 725, destinava le rendite delle terre di Marchirolo, di Lavena, di Ardenna, ecc. alla Basilica di S. Pietro in coelo aureo di Pavia, quando acquistò in Sardegna il corpo di Sant'Agostino. Molte case hanno indizii ed avanzi di tale antichità; e se quasi tutti quegli avanzi sono del medio evo, v'è però a credere con qualche fondamento esservi pur qui fatta sentire l'influenza dei Romani, che vi passarono nel recarsi alla Tresa. Il sig. Borri nel suo manoscritto accenna a embrici da lui trovati in una sua campagna presso Marchirolo, nel luogo detto il Castello, < foggiati a guisa di quelli trovati nel Lazio.>
Egli ritiene che quel castello fosse il luogo dove esisteva l'antico Marchirolo, forse già distrutto all'epoca di cui parla il Giulini, nel ricordare il contado di Marchirolo appartenente ai figli del conte Sigifredo. Le gallerie delle miniere di questa valle e delle sue vicinanze, abbandonate già abantico, possono essere un altro indizio della occupazione romana. Quello però che di singolare presentano le case di Marchirolo e di Cugliate è la loro struttura quadrata con cornicione in alto di terra cotta, e con diverse piccole aperture dette colombaie. Le case invece di Arbizzo, e di Fabiasco, presentano il cornicione di sasso, e diconsi di costruzione più recente. Quelle colombaie ricordano l'obbligo degli abitanti di quei paesi di pagare un determinato numero di piccioni o colombi ai Conti della valle di Marchirolo.
Nel 1025, essendo Conti della valle certi fratelli Ugone e Berengario prete, questi furono sconfitti dall'arcivescovo Arnolfo, e perciò rinunciarono al feudo per ritirarsi, secondo un autore, a vivere nel paese della Motta, in Provincia di Pavia, da essi fabbricato.
Questa valle fu più volte colpita da varii disastri come contagi, terremoti e passaggio di truppe. Più specialmente vi infierì la peste negli anni 1576, in cui si propagò per tutta la Valtravaglia, e 1603, come si rileva da una lapide in territorio d'Arbizzo. Nel 1799, le sue campagne furono devastate dagli accampamenti delle truppe Austro-russe.
Negli anni 1816, e 1817 soffrì in modo particolare i rigori della carestia e della petecchiale. Non è a dire quanto la vicenda di mali e miserie, che travagliò la valle, abbia favorito la emigrazione de' suoi abitanti.
La valle di Marchirolo abbonda di legna, in ispecie di faggio, essendone coperta la maggior parte dei suoi monti, a differenza delle valli di Gana e di Cuvio, che abbondano di cerro. Il castagno ed il noce formano parte considerevole dei legnami. Il gelso, che tempo fa era tenuto in poca considerazione, ora si coltiva con grande cura.
Le viti riescono di poca utilità in causa del freddo, che le flagella, per cui di solito il vino riesce aspro, e di poca forza. Le malattie predominanti sono la pneumonia e la pleuritide.

È noto che alcuni monti, o meglio colli, di questa valle furono oggetti di disputa tra Ermenegildo Pini e Fleuriau di Bellevue, deducendo quest' ultimo dalla conformazione, dal colore, dalla quantità dei sassi di quei colmi rossigni e nudi, che fossero d'origine volcanica, ed appoggiandosi ancora ai nomi di Monte Bruciato, Ardenna, Brusimpiano. L'italiano all'incontro, vedendo nè lava nè ceneri, spiegava tutti questi fenomeni coll'azione dell'acqua. La lite fu rimessa al famoso Dolomieu, il quale di fatto, nel 1797, recossi a visitarli senza nulla risolvere.
Il sig. Gautieri, nel 1807, scrisse un opuscolo confutando la vulcanicità dei monticelli tra Grantola e Cunardo. Il sig. Borri risuscitò la quistione dell'influenza vulcanica in questa valle, ma anziché trovar gli indizii di essa nei detti monticelli, li trovò sul monte che sorge sopra Arbizzo. Lasciando ai dotti che decidano in proposito, io qui ricopio un brano del manoscritto del sig. Borri.
< Rimontando ad Arbizzo appena sopra il caseggiato pel tratto di mezz'ora di cammino sul terreno chiamato diluviano dal sig. Sedgwick, coperto per la maggior parte di vegetali e seminato d'erratici caduti dal monte sovrapposto, denominato monte Borri, vedonsi alcune antiche abitazioni, ombreggiate da grosse piante di faggio, che servono ai custodi del bestiame nell'estate. Nella palude vicino ad una di queste case, si trovano alcuni pezzi di porfido vitreo, così detto dal Prof. Pini, o porfido di pietra picea, così detto dal sig. Gautieri e di un'altra qualità più compatta, in cui si vede qualche raro feldspato rosso. Tra gli ammassi di porfido primitivo, vedonsi alcuni contenenti delle cavità coperte nell'interno di materia fusa ferrea, coperta pur essa da un'ocra gialla, che esposta all'aria si annerisce.
Sulla scorta di alcuni naturalisti, nell'esame di quei pezzi e di quel monte tutto sconvolto. mi fo animo a credere, che qui il fuoco abbia agito con maggior forza di quello che fece al sudest di questo stesso monte, perchè avendo colà osservato la materia contenente il feldspato rosso, e quello color acqua di mare, e quello chiamato dal suddetto sig. Pini porfido variegato, ciò deve essere per aver risentito con minor forza l'azione del fuoco la quale doveva essere ancor più piccola, dove rinviensi il feldspato bianco, che si trova dappertutto dove esiste il porfido primitivo.
Questa fu la cagione per cui venne da me chiamata schiuma porfiritica, sul sentimento del sig. Barone di Buch, e tale cagione farà si che questo monte avrà maggior importanza in avvenire di quella che abbiano i monticelli della valle di disputata vulcanicità.
Il monte Borri sta a 2,016 piedi dall'altezza sopra il livello del mare, giusta l'esperimento fatto dal signor De-Cristoforis di Milano. »

Marchirolo. — Dà il nome alla valle. Si vedono ancora avanzi di antiche case con porte mezzo sotterrate,feritoie, volte grossissime che vanno scomparendo a poco a poco. La chiesa di S. Pietro, che sta sulla strada provinciale, vuolsi la più antica dei contorni, e fu ristaurata più volte. In essa merita uno sguardo qualche bassorilievo, ed il quadro rappresentante lo Sposalizio di Maria Vergine, opera del Cuniberti, fatto in Torino, l' anno 1782.
In antico la valle di Marchirolo faceva parte della pieve di Agno, da cui fu staccata nel 1633, erigendosi a Prepositura la chiesa di Marchirolo coi titoli e giurisdizione annessi. Per salire alla Chiesa parrocchiale bisogna ascendere una bella gradinata non compiuta che, con quelli dell'altare, conta ottantadue gradini. Fu ristaurata ed ampliata nel 1703. Sull'altare maggiore spicca un bel gruppo d'angioli d'alabastro. Il quadro nel coro, rappresentante S. Martino, è del Ronchelli; il presbiterio è del Castelli Bernardino`di Varese.
Al lato sinistro della chiesa v' è la strada che conduce al monte S. Paolo, così detto dalla chiesuola posta sull'alto. Quella chiesa serviva di romitaggio ai Padri Lateranensi di Lavena. Dalla sommità di quel monte godesi di bella vista e di un magnifico prospetto del monte Rosa.
Nella casa Cattaneo, anticamente della famiglia Bozzoli, oriunda pavese e illustre per insigni personaggi, morì ospite monsignor Cellina, l'anno 1828, bravo chimico e meccanico, e benemerito di Marchirolo per le sue elargizioni. Nell'oratorio di detta casa i due quadri di S. Francesco e di Sant'Antonio da Padova credonsi della scuola luinesca.
Sulla piazza maggiore havvi ancora la farmacia Borri, dove era impiegato il sonnambulo Gaetano Castelli di cui parla il P. Soave ne' suoi opuscoli metafisici. Nella casa del signor Borri alloggiarono, nel 1799, il Principe Hohenzollern ed il generale Hiller.

GIOVAN BATTISTA BORRI, farmacista in Marchirolo, moriva il 20 giugno 1868 in eta d'anni 78. Facendo i suoi studi con Scipione Breislak, ebbe campo d'addentrarsi nello studio della geologia, ne' quali avrebbe fatto molto progresso, se la morte non gli avesse tolto il maestro. Bastarono però le sue cognizioni perchè S. A. il Vicerè Raineri, quando venne a visitare Ghirla, lo incaricasse di una raccolta di minerali della Valganna. Adempiva egregiamente il Borri la commissione avuta, e per un primo saggio spedito a Milano, era principescamente ricompensato. La morte del Breislak veniva pianta dal suo scolaro col seguente sonetto:

Di Breislak all'animoso zelo
Scossa natura da rancor profondo:
Chi mai, proruppe, oh chi a me squarcia il velo
In cui da tanti secoli m' ascondo ?

Pera il fellon, che in mare, in terra, in cielo
Penetra e di mie viscere nel fondo.
Armi, armi.,.. e più fremette; a morte il telo
Tolse, ed orbò di si gran luce il mondo.

Uscir dall'egro fral stimò ventura
Quel prode spirto, ed agli alunni: Ov'io
Tracciai, disse, inoltrar fia vostra cura;


Indi alla micidial converso: Addio,
Sciamò, di te ognor vago, integra e pura
Poggiar m'e dolce a contemplarti in Dio.


La pubblicazione di questo sonetto trasse da questa parte il Barone de Buch, il quale dopo aver esaminato quanto avea fatto e scoperto il Borri in occasione delle pregiate ed onorevoli incombenze avute dal Vicerè, lo incoraggiò a dare la descrizione geologica di questa parte d'Italia tanto interessante la geologia, al quale lavoro venne pure incoraggiato dal dotto Necher. Avendo il Borri scoperto sul monte di Marchirolo la schiuma porfiritica col feldspato rosso, venne quel monte soprannominato col suo nome dal Barone de Buch, con lettera 13 giugno 1826 datata da Zurigo.
Con lettera 13 marzo 1833, venne invitato a far parte dell'Accademia parigina; onore che pare abbia declinato.
Il lavoro, che aveva interrotto per la malattia e la morte di un suo fratello sacerdote lo continuò dappoi, ma rimase sempre manoscritto, e la sua raccolta mineralogica fu dispersa dai figli. Fu uomo d'eletto ingegno, amante del lavoro, della verità e della virtù.( nota 1 - Il manoscritto del farmacista Borri, donde ricavai buon numero di notizie riguardanti la Val-Marchirolo, esiste tuttora presso la famiglia di lui. Della sua raccolta mineralogica, che si sa essere doviziosa pe' buoni uffici del sig. Lanella Ernesto, vennero presentati e premiai i pochi avanzi, che si poterono radunare, all'Esposizione Varesina del 1817.)

Arbizzo.— Nella chiesa vedesi un affresco antico che eravi prima del 1699, epoca, cioè, in cui venne rifabbricata. Da Arbizzo per strada carrozzabile vassi a Gaggio che, siccome accennano alcune pergamene, esisteva prima del mille, e di là a

Cadigliano. - Non conserva alcuna traccia di sua antichità, perchè nel 1340 fu consunto dalle fiamme, da cui rimase illesa un'unica casa, che ancora si vede appena valicato un ponticello. Ciò credettesi un miracolo della Madonna che vi stava dipinta sur un muro.
Da Cadigliano si discende a

Pontecchio.— I fabbricati del quale mostrano ancora segni notabili di loro antichità, e vedonsi le colombaie usate ne' tempi feudali, praticate in quelle case che alcuni credono fossero le fornaci ed i lavatoi degli opifici romani. Alcune lettere gotiche poste sull'angolo di mezzodì vengono interpretate - anno 820, die prima.
Qui presso entrasi nelle gallerie, conosciute col nome di Argentera od anche di Viconago, e note per dovizie di galena argentifera. Nella galleria, detta di Ribasso, trovansi anche il ferro spatico e piccole quantità di pirite di rame, pochissimo rame grigio, e più raro ancora argento rosso e solfuro d'antimonio. Tra le sostanze terrose ne' filoni riscontransi il quarzo, la barite lamellare, lo spato calcare, il gesso primitivo. I filoni dirigonsi quasi tutti dal nord-ovest al sud-est, e quasi sempre sono perpendicolari.

Viconago.— E' il paese più antico della valle, e ora non vi resta che la torre, quasi tutta rovinata, del suo castello. Nel 1196, quel castello restò dei Milanesi per la pace conchiusa tra questi ed i Comaschi. Nel 1449, era il più ricco della valle, devoto al partito dei Rusconi. Venne orrendamente saccheggiato dalle milizie Sforzesche, capitanate dal Marchese di Crotone, alle cui armi erasi volontariamente affidato. Ma il fellone subì la pena del tradimento; imperocchè gli abitanti, irritati da questa mala fede, incaricarono un sicario di toglierlo di vita. Così riferisce la tradizione. La chiesa è divisa in due navate, terminate da due cappelle, in una delle quali sonvi pitture antiche di santi, e nell'altra pitture del 1827. In quest'ultima però, prima di detto anno, vedevansi dipinti antichi di diversi animali, ciò che fece credere essere stato questo un tempio pagano convertito in uso cristiano.
Tra Viconago e Cremenaga alcuni pretesero aver trovato indizii di oro, ma invece non si rinviene che del ferro solforato. Si scoperse però un forno antico per la fusione de'metalli, e, nelle sue circostanze, dei pezzi di metallo fuso, come se ne trovarono anche altrove nella valle.


fine seconda parte

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Messaggio Re: Una gita in Valganna.... correva l'anno 1874
Terza e ultima parte Brambilla 1874.

Ponte Tresa.— È diviso dalla Tresa, ed un ponte congiunge i due paeselli, l'uno de' quali appartiene alla Lombardia, l'altro alla Svizzera. Un maestro-muratore, nativo di qui, per nome Crivelli, arricchitosi nella seconda metà del secolo XVI coll'arte sua e cogli appalti in Cremona, divenne capostipite di illustre famiglia. Un suo figlio ottenne il titolo di conte per sè e suoi discendenti maschi primogeniti dall'imperatore Carlo VI, con diplomi 23 settembre 1716, e 13 marzo 1717 (Archivio generale di Milano.) Il figlio di lui Stefano divenne senatore; un altro, Ignazio, cardinale; e un nipote, abate, morì cardinale egli pure nel 1817, e fu tumulato, come lo zio, nella chiesa di Santa Maria alla Porta in Milano. (Cusani, Storia di Milano.)
Quest'ultimo era distinto botanico, e portò da Vienna tra noi, il gusto della curiosità botanica, piantando, specialmente nella villa Crivelli a Mombello, le viti del Capo e del Tokay, innesti di frutti, ecc.

Lavena.— Paese antico della valle di Marchirolo; giace alla base del monte calcareo, cui dà il nome. Lavena era il più ricco della valle, ed i suoi abitanti si sono distinti in varie epoche in imprese di lavori pubblici per strade e fabbriche, si in Italia che all'estero. Ha dato natali a vari artisti di merito, tra cui Domenico e Santino Trolli, fratelli, pittori; il primo dipinse nelle Isole Borromee ed a Londra, il secondo a Napoli. Fu patria pure a distinti legali. La chiesa antichissima, di una sola navata, appartenne ai Padri Lateranensi, e quando fu convertita in parrocchia, si riedificò a tre navate. Questa terra è nominata precisamente per indicare tutto il versante della valle che gli era
soggetto nella carta di donazione, fatta da Luitprando alla basilica di S. Pietro in coelo aureo di Pavia. Lavena fu incendiato dai Comaschi, nel 1122, e la sola chiesa fu salva. Al di là del canale, che lambe il paese, trovasi la penisola, detta monte Castellano, da un castello che stava sulla sua sommità. Anticamente questo monte dovè essere un'isola. Quando ultimamente si approfondì il canale, per lasciarvi passare il battello a vapore, si rinvennero varie armi. A meta del monte Castellano evvi buona argilla. Nel 1816, un fulmine scoppiando nel lago uccise gran quantità di pesci. Il lago, dilatandosi verso Ponte Tresa, entra nel fiumicello Tresa, unico suo emissario. Anche in antico la Tresa serviva di confine al contado del Seprio. Qui, nel 1264, fuggendo i nobili milanesi dai plebei trionfanti, vennero colti e sconfitti, e il capo loro valorosissimo, Simone da Locarno, fu preso, portato nel castello di Possano e chiuso in una gabbia, da dove potè uscirne alla vendetta.
La relazione del Marchese Questore Porta al Magistrato di Milano, avente per titolo: Ragioni dei Milanesi contro quei di Lavena per la pesca del Lago, accenna a liti avvenute tra quei di Brusino e quelli di Lavena, e ai privilegi ottenuti da questi ultimi.
Nel 1601, accaddero delle turbolenze; e nel 1678, fu fatta una convenzione per avere il lago comune tra Italiani e Svizzeri. Nel 1685, quelli di Lavena acquistarono il diritto della pesca (jus piscandi) per la somma di cento scudi d'oro; diritto, che essendo violato da quei di Brusino, i primi nel 1711 credettero di far giustizia da sè, coll'assaltare le barche dei pescatori di Brusino stesso.

Ardenna. — Piccolo casale montanino che conserva nella sua chiesa un affresco del Luini, rappresentante la Madonna, assai venerato da quei terrieri. Taluno vuole che sia il ritratto di una amante di lui, come altri pure hanno asserito, non so come, che Bernardino Luini nacque in questi dintorni. Ebbe in Ardenna i natali il distinto oratore sacro Bettoli.

Varie volte in questi luoghi avvennero gravi disastri di cui, ad esempio, cito i due seguenti:
Nel 1711, nel mese di luglio, uno di questi monti, che domina la strada che da Lavena conduce a Ponte Tresa, minacciò ruina a tutti i villaggi in vicinanza del lago. Una straordinaria quantità di acqua eruppe da esso, la quale, giù scendendo con veemenza, seco trascinò e terra e ciottoli e ghiaia da impedire il regolare corso della Tresa, cosicché le terre collacuali ebbero in gran parte, per più mesi, a rimaner sotto l'acqua.
Un altro disastro avvenne in causa di pioggia dirotta, la notte tra il 7 e l'8 di maggio 1869. Ecco come lo descrive la Cronaca Varesina.
« La pioggia venne a diluvio e lungamente continuata, e le acque ingrossate e non ritenute più nè da sponde, nè da dighe, nè da ostacoli di sorta, sfuriate si gettarono da ogni parte, si allargarono, invasero paesi, case, campagne, tutto.
Antichi alvei di fiumi scomparvero, nuovi tortuosi letti si formarono, furono sradicati alberi moltissimi di ogni dimensione, e trasportati come foglie leggere lungi dal luogo, ove prima si trovavano, quà e là franamenti, strade rotte, sassi ammonticchiati... uno scompiglio orribile. I danni poi nelle campagne alluvionate sono ingenti, irreparabili. Diversi piccoli poderi, che formavano l'unica scarsa fortuna di modeste famigliuole sono interamente sepolti sotto la ghiaia e la sabbia, portatevi dalle invadenti acque, e più non si distinguono in essi nemmeno i termini di proprietà, che erano tra gli uni e gli altri segnati. Furono guasti anche edifizi moltissimi e rovinati alcuni mulini, le cui macchine o rimasero inservibili, o furono infrante e disperse. Fra i Comuni, i più danneggiati sono Viconago, Lavena e Cunardo. Ponte Tresa fu pur esso minacciato di essere invaso dal torrente Dovrana, che già straripava e si dirigeva verso l'abitato, quando vinse la corrente dal lato opposto, e le acque piegarono fortunatamente alla Tresa.
Anche in quella parte di Cantone Ticino, che è presso la Tresa, si trovò involta nel terribile uragano di quella notte; i danni che ne derivarono sono immensi, incalcolabili. Un massiccio e solido ponte sul torrente Magliasina, sul quale passa la strada maestra per Lugano fu intieramente distrutto, trascinando seco nella rovina anche parte di una casa. A Caslano, sul Ceresio, ed a destra del suddetto torrente, più di 200 pertiche di campagna furono invase e sconvolte dalla furia impetuoso delle onde. Ma ciò che avvenne di veramente spaventevole, ed insieme strano e meraviglioso, si è lo spostamento di un paesello, chiamato Crocevaglio, e che giace in vicinanza della strada che da Ponte Tresa mette a Luvino; il quale paesello si trovò smosso e trasportato per intiero, colle proprie fondamenta, alla distanza di circa 2 metri dalla sua posizione antica, senza che non rovinasse una casa, senza che perisse una vittima. Quale però e quanto sia stato lo spavento ed il terrore di quei poveri terrazzani in quella involontaria corsa, è più facile figurarselo che descriverlo. >

Da qui retrocedendo all'opposto capo della valle per andare a Luino dalla strada, da poco riattata, che da Ghirla mette a Cunardo e Grantola, lungo il cammino puossi vedere varii paeselli tutti pittoreschi, quali più, quali meno industriosi, ed in alcuni di essi visitare diversi opifici degni di considerazione.

Fabbiasco. —Della famiglia De-Grandi, originaria di questo comune, fu un Giuseppe, il quale prestò servizio come uffiziale al Re di Sardegna, all'Imperatore d'Austria, alla Regina d'Inghilterra; ed infine, per alcune relazioni che aveva col Duca di Modena, fu nominato Comandante la Lunigiana, dove morì.

Cunardo.— Ha circa 1200 abitanti, un ufficio postale, un ufficio telegrafico governativo, una farmacia, ed è residenza medica e notarile.
È posto in amenissima posizione sul dolce pendio di una collina a ridosso della Val-Cuvia e della Val-Travaglia. Il suo territorio, specialmente nella parte piana, è fertile di tutti i prodotti dell'alta Lombardia. A sud-ovest ed a ponente sonvi abbondanti vigneti, che meglio coltivati, darebbero buoni vini, a motivo della loro giacitura e del terreno calcare in cui sono piantati. Gli alberi fruttiferi vi provano bene, dalla mandorla e dal fico, ne' luoghi più caldi, al castagno in quelli più elevati ed esposti. Il paese in confronto della popolazione e della lontananza di laghi e ferrovie è eminentemente commerciale. Conta tre antiche fabbriche di carta, due di maiolica, un maglio, una grande filatura in seta ed un filatoio, opificii mossi dal fiumicello Margorabbia. In epoca remotissima, incerta, ma che non si puo mettere in dubbio per le vestigia tuttodi palesi anche a chiunque sia profano di geologia, il fiume Margorabbia, che esce dai due laghetti di Valganna, distruggeva il terzo dei laghi che copriva gran parte di questo territorio, coll'aprirsi un passaggio sotterraneo frammezzo alle caverne formate dagli strati di roccia calcare. Perciò al luogo detto il Ponte Nativo (Pont Niv )
da un arco naturale di roccia calcare che attraversa il letto primitivo, ora abbandonato, arco visibile tuttodì) il fiume scompare e cammina sotterra per circa 300 metri, poi lo si vede escire in un punto accessibile, ove forma un bell'orrido, indi s'interna nuovamente per altri 150 metri.
Al di sopra di quest'ultimo sbocco vi ha una bella grotta piena di stallatiti e stallamiti. In tempi di lunghe piogge e delle piene è terribile il muggito delle acque che, discendendo con rapidità, rigurgitano spumeggianti all'imbocco del sotterraneo letto.
Al nord, a ridosso della strada carreggiabile per Fabbiasco, nella località detta Penevalle o Castelvecchio si rinvengono le vestigia d'un vetustissimo castello, che la tradizione attribuisce all'epoca romana; imperocchè risalendo a secoli indietro, e per tradizione, e
per documenti, si può convincersi aver avuto quell'appellativo sino dal medio evo. E si arguisce perciò sia stato un baluardo che dominava l'accesso, per quella parte più montana, alla val Marchirolo ( Mercuriola.)
Negli scavi fatti in diversi tempi in questo territorio si ritrovarono infatti anfore ed urne cinerarie di quell'epoca. È a deplorare che nella fabbricazione dell'attuale chiesa parrocchiale e del campanile, siansi demoliti del tutto gli avanzi delle torri che in allora rimanevano (1760.) Ora non se ne scorge che il perimetro e pochi metri di muro, essendo il restante coperto dalla vegetazione che il lento e continuo lavoro del tempo sopra vi fece germogliare.
Si ritiene che negli ultimi tempi dell'impero romano, abbiano quivi trovato rifugio i combattenti le legioni Ariane, che accampatisi nel vicino e forte luogo, tuttora appellato Ariano, vi posero l'assedio,e smantellarono quelle fortificazioni. Cunardo nel medio evo, e più tardi, seguì il destino di Milano in quanto a Signoria indiretta. Direttamente fu dipendente dai Signorotti Feudatari di Luvino insieme alla così detta Plebs Trevaliae (Popolo delle tre valli, ora Valtravaglia) ai quali Feudatari erano tenuti i comuni soggetti a pagare una somma annua in fiorini, la quale somma non cessò che nella seconda metà dello scorso secolo. Infatti gli atti della Pretura di Luino portavano l'intestazione di Pretura Feudale.
E fu certamente sotto la Signoria dei Visconti, imperocchè un'isola di fabbricati, posta nel centro dell' abitato principale, cui la tradizione attribuisce essere stata sede dei rappresentanti di que'signori, e luogo, dicesi, ove colà si rifuggivano, come a sito d'immunità, quelli che commettevano qualche sopruso o delitto, ha ancora oggidì sulle due porte d' entrata in affresco l' arma viscontea.
Cunardo dista Km.10 da Luino, e Km. 16 da Varese, ed è attraversato da una comoda e diretta strada, che pone quelli in comunicazione tra loro. (Alla gentilezza del sig. Vittore Adreani debbonsi questi cenni.)
Ricordiamo Pirinoli Giuseppe, studente, trucidato dagli Austriaci, a Milano, nel 1848.

Grantola.— Conserva le vestigia di una torre antica di cui nulla si sa. Pochi anni sono era molto alta, e dicesi che misurasse circa 100 metri.

Ferrera.— < Sorge in colle, in aria saluberrima ed in amena posizione, lo cui falde rimangono lambite dal torrentello Rancina, il quale prende le sue scaturigini dal monte Sass marè per versarne poi le sue acque nel Margorabbia, che nel suo corso dal sud al nord forma tre bellissime cascate a duecento passi l'una dall' altra. Queste bellezze naturali furono da valenti pittori ritratti, sia in vari palazzi della città di Milano, che in alcuni borghi o villaggi dei contorni di Ferrera. Oscura è l'origine di questo villaggio come pure la sua denominazione, ma la sentenza più probabile si è che possa aver tratto il nome da alcuni magli di ferro ivi esistenti prima del duecento. Infatti alcuni nomi omonimi trovansi in Piemonte, nel ducato di Parma, ed in altri siti, ove corrispondono alle varie manifatture pel ferro in que' luoghi esistenti. La principale manifattura e commercio di questo sta nelle cartiere Bettellini > (Antonio Bassi, nella Corografia d'Italia.)

......................

fine terza e ultima parte
da pag. 93 a pag. 117

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